Sesta e ultima tappa: da Caposile a Venezia

(Andiamo a Venezia, ma Venezia non è la meta)

L’ ultima tappa sembra sempre interminabile. Ogni anno è così, senza concessioni. E non è perché si arriva stanchi, dopo oltre centocinquanta chilometri di piedi che rotolano, di vesciche, di bicchieri di vino, di battute, o le poche ore di sonno, sufficienti forse solo a sopravvivere. Non si cammina lenti perché non ce la si fa più, ma perché non ce la si vuole fare. Non si vorrebbe arrivare mai. Non si vorrebbe finire. Venezia dovrebbe essere un luogo metafisico, al di là dei nostri poteri.

Partendo da Caposile, lungo la via dei Salsi, dopo una splendente colazione e l’oppio di una notte passata su un vero materasso, si va, due passi avanti e poi in testa due indietro. Il corpo avanza meccanicamente, come un cyborg ben programmato, la mente apre il paracadute, rallenta, punta i piedi. I nostri corpi tagliano sulla destra, dopo la prima ora di cammino, e avanzano veloci, troppo veloci. Le teste vanno dritte, gli occhi fuggono. Fuggono dalle meraviglie della laguna che ci scorre sotto i piedi, fuggono dai canali e le insenature, dai “raganei” che – come scopriremo dopo – sono il terzo livello inferiore del sistema di vie d’acqua.

Arriviamo in ritardo all’ appuntamento con il barcarolo dell’Agriturismo, ci deve traghettare da Lio Maggiore a Lio Piccolo. Cioè dall’”Io maggiore” di quando siamo partiti – sottolinea giustamente Luca detto Giuda – all’” io piccolo” che speriamo di diventare. La”topeta” è stracarica di zaini e facce stanche, sembra un barcone di clandestini, o un gruppo di pescatori del sud est asiatico, di ritorno da una brutta giornata. Ma uccelli di laguna di ogni tipo, gabbiani reali, trampolieri, cormorani, volpoche, fenicotteri, rendono il paesaggio surreale, avventuroso.

Il barcarolo ci parla di bricole, di dame, di valli da pesca e della riproduzione del germano reale, che avviene proprio in questi giorni. La femmina depone tredici uova, una al giorno, e tutte sono sempre fecondate. Il compito biologico della femmina è fare in modo che tutte siano potenziali piccoli, e per questo non si ritrae mai davanti a cinque o sei rapporti al giorno, con i maschi evidentemente felici.

Arriviamo a Lio Piccolo dopo mezz’ora, tocchiamo terra di nuovo, prendiamo un sentiero sulla destra, che corre sull’argine esterno della penisola, sotto qualche immancabile goccia di pioggia. La comodità dell’ultima notte… la pagheremo cara: la maledizione del pellegrino. Dopo circa due chilometri, nuvole nere all’ orizzonte: cupi sciami di centinaia di zanzare succhiasangue. Impossibile descrivere la sensazione di essere ricoperti di insetti, come in un film horror, ci agitiamo, scappiamo, ma il sentiero è stretto, seminascosto dalla vegetazione, siamo in una tonnara. Alla fine siamo devastati, ma abbiamo venduto cara la pelle, centinaia di minuscoli cadaveri neri giacciono appiccicati alle nostre teste, agli zaini, in bocca. Legittima difesa. Abbiamo superato le ombre nere.

Torniamo alla civiltà dopo altri cinque chilometri, ci fiondiamo in un bar, e le ombre da nere diventano rosse. Due, tre, quattro, poi attacchiamo il “Caraffone” da cinque litri, e stavolta vinciamo noi, con qualche ferito, che percorre gli ultimi passi verso il traghetto di Treporti, ondeggiando come avesse schegge di granate nelle gambe. Ora manca solo Venezia.

Il viaggio in traghetto – come sempre è l’ultimo tratto di un cammino – è l’apoteosi della melancolia. Qualcuno ascolta musica, qualcuno chiacchiera, qualcuno getta lo sguardo fuori dal finestrino, qualcuno ride per coprire la tristezza, qualcun altro si appoggia al bastone. Nessuno ha il coraggio di gridare, di liberarsi del groppo in gola, o di tuffarsi e tornare indietro.

Sbarchiamo, in fila indiana. Ci lasciamo a destra l’Hotel Danieli, i venditori di gelatine gommose sulla sinistra, facciamo slalom tra i turisti russi e giapponesi, le loro andature kitsch e goffe non ci scalfiscono, svoltiamo a destra, puntiamo alla Basilica di San Marco senza esitare, creando il vuoto intorno, probabilmente per il nostro odore. Poi tutto si riassume in una foto, molte foto, scattate da un passante, il gruppo in posa di fronte all’acervo di zaini, il fermo-immagine che si continuerà a guardare negli anni a venire. Ma nessuna foto (peraltro incompleta, viste le partenze anticipate di 4 di noi) può rappresentare ciò che abbiamo vissuto in una settimana, perché una settimana in cammino corrisponde a un anno nell’altra vita, quella dei giorni che scivolano via senza rendersene conto.

Facciamo timbrare le credenziali in sagrestia, accorre ad accoglierci Julian, poeta e amico che si è prodigato per noi, coinvolgendo il Circolo Arci “Luigi Nono”. Julian ci porta a casa sua, sull’Isola della Giudecca, dove ci aspetta la sua compagna sull’uscio e una doccia calda insperata. Poi è il momento della festa al circolo: si mangia, si proiettano fotografie, si beve, si chiacchiera, si tenta di spiegare al pubblico perché l’abbiamo fatto, cosa abbiamo imparato, perché ognuno dovrebbe prima o poi mettersi in cammino. È la prima volta che Venezia ci riserva un’accoglienza straordinaria. Per la prima volta non ci sentiamo abbandonati a noi stessi. La felicità e la nostalgia si fondono l’una nell’altra. Anche per quest’anno ce l’abbiamo fatta. Torniamo a casa pensando alla prossima impresa. Stanchi, ma lontani dal buio.

Le foto:

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Un Commento:

  1. quel che si dice: una chiusura in bellezza

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