Seconda tappa: da Soccher a Vallorch

Comincia il secondo giorno di cammino e succede l’incredibile: partiamo quasi puntuali anche oggi! Senza porci troppi interrogativi sull’inattesa nostra efficienza, veniamo accompagnati da Italo alla frazione di Casan, dove ci riuniamo con il resto della Clapa e dopo un’abbondante colazione, gentilmente offertaci dalle signore del bar, siamo pronti per riprendere il cammino.

Che dire dei nostri ciceroni, Augusto e Italo? Sono stati gentilissimi, e con loro l’intera comunità, che sin dal nostro arrivo ci ha fatti sentire ospiti davvero graditi. Se ciò non vi sorprende, sappiate che non è la norma: quando accade, il pellegrino si rincuora e la ripartenza non è facile. Augusto ci fa dono della sua ottima compagnia ancora per qualche chilometro, assicurandosi che non ci si sbagli sul sentiero da imboccare.

Il percorso, lungo il quale ci si intrattiene a vicenda intonando esilaranti canzonette (tra cui l’inquietante ballata triestina dell’omo vespa), è piacevole fino a Farra d’Alpago, dove facciamo una piccola pausa presso un caffè del centro, inspiegabilmente indicato da alcuni indigeni come “vicino al mercatino”, da altri come “nei pressi della chiesa” (si scoprirà poi che il mercato è sparso tutt’intorno alla parrocchia).

Indispensabile è prepararsi psicologicamente e moralmente all’impegnativa scalata che porta sull’altipiano del Cansiglio; l’aspettativa del gruppo sul sicuro successo dell’impresa è in qualche modo confortata dal fortunato sorteggio di ben cinque cioccolatini boeri al ripieno d’amaro Montenegro, uno dopo l’altro spazzolati sotto gli increduli occhi del titolare del bar.

Al momento di partire, le prime gocce d’acqua! Si tratterà, per nostra fortuna, di brevissime avvisaglie: non saremo costretti (almeno per oggi) ad indossare poncho e k-way.

La stradina che conduce ai piedi dell’aspra salita per il santuario della Madonna della Runal è costeggiata da curati giardini, abbelliti da tulipani e floridissime magnolie nipponiche (ne avevamo vista una anche a Soccher); con grande sorpresa incrociamo una piccola cappella dedicata a San Jacopo, protettore dei viandanti e ispiratore d’ogni cammino, anche del nostro.

Appena giunti all’ultima casetta prima della scalata, vien fuori un arzillo ottuagenario che ci saluta e fa un commento che lascierebbe ben sperare: lui, per arrivare in cima, impiega circa un quarto d’ora; controlliamo l’orologio: sono le 12 e 45.

La pendenza è di tutto rispetto, il sentiero purtroppo mal tenuto e le piogge dei giorni precedenti hanno reso il fondo scivoloso; il gruppo perderà e ritroverà la strada attraverso il bel bosco di faggi, fino a imbroccare la via giusta. S’arriverà compatti al santuario; un sguardo distratto all’orologio e con un certo sconcerto si scopre che sono le 14: cimbro ottantenne batte Clapa 15 (minuti) a 75!

Il fatto che in un’ora e un quarto avessimo percorso così pochi chilometri, seppur con un discreto dislivello e un percorso accidentato, preoccupa alquanto i dirigenti del gruppo, unici depositari della verità sull’effettiva distanza da coprire; la ciurma ottiene una sola trista informazione: sono stati colmati 300 metri di dislivello, ne restano da fare altrettanti. Solo più avanti scopriremo che in realtà il peggio è passato: la salita a venire ha anch’essa una discreta pendenza, ma un passo più preciso e costante nel ritmo la renderà nel complesso quasi piacevole.

Fatta la pausa pranzo presso il belvedere del santuario, si riprende lungo il sentiero europeo E1, in direzione Palughetto, prima tappa della tratta che percorreremo sull’altipiano, a circa 1030 metri d’altezza, fino a Vallorch.

A Palughetto la temperatura è sensibilmente più bassa, a dimostrarlo restano qui e lì alcuni mucchietti di neve; la strada è pero adesso asfaltata. “O Pé Coxinho” abbassa le braccia ed a quel punto il “Senzalluce” esclama: “eccolo, è partito!” …cinque minuti e Luiz sarà effettivamente sparito all’orizzonte, dietro di lui l’eco delle accorate raccomandazioni dei compagni: “dì a quelli del rifugio che stiamo arrivando!” ma il cammino è ancora lungo.

Dopo aver raggiunto Campon, a Piano Osteria, il delitto: a causa di un misunderstanding tra le lepri del gruppo e il resto dei camminatori, “Senzalluce” viene lasciato solo sul sentiero per Vallorch, che attraversa un bosco con un ulteriore dislivello di 300 mt; alle istanze della clapa madre viene dunque preferita la via asfaltata, meno faticosa e presumibilmente anche meno interessante. L’onta subita verrà di li a poco animatamente discussa presso il rifugio S. Osvaldo, con un informale giro di birre e tisane, restando però irrisolta (almeno fino al dopo cena…)

Al San Osvaldo ci dan le dritte giuste: s’arriverà a Vallorch tagliando per i campi, puntando dritti verso il caseggiato che s’intravede sullo sfondo. Han concimato da poco, l’odore del letame è acre ma gradevole; al di là d’uno steccato è un gruppo di giovani mucche, incuriosite dal nostro passaggio. Più avanti, tra le doline che incontriamo sul cammino (alcune per profondità davvero impressionanti) ci raggiunge uno stupendo cane da pastore, dal folto manto marezzato di grigio; “Senzalluce” è da lui immediatamente riconosciuto quale capo-branco; in sua festosa compagnia, con gli occhi e il cuore gonfi della sua stessa gratitudine, raggiungiamo così il Centro di Educazione Naturalistica Vallorch.

Ottimo e abbondante il pasto, poi… il processo, per direttissima! Imputati i molti ammutinati che avevan preferito l’asfalto alla nuda terra, ma condannate senz’appello saranno solo le donne, – al rogo! al rogo! – pellegrine istigatrici “La Mentirosa”, “La Tapirulana ” e “La Locandiera”, cui l’incorruttibile giudice “Timbalero” infliggerà la seguente pena: un giorno di completa astinenza dai classici sollazzi del viandante (alcool, droghe ed ogni forma d’auto-erotismo, anche soltanto immaginario).

E la seduta è tolta: tutti a letto!

Le foto:

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